ChaletOS, la distro Linux che mancava!

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Stupefacente… sembra Windows (c’è pure l’orologio di lontana memoria!)… anche se solo all’apparenza! Seppur non recentissima e poco pubblicizzata (sebbene tuttora supportata), oggi recensiamo una versione “particolare” di Linux: la ChaletOS nella versione 16.04 a 32Bit. Stando all’Autore, il nome scelto deriva dalla seguente constatazione:

“The name ChaletOS came from the style of the mountain houses in Switzerland. The concept of these houses is similar to the concept that we had while we made this system: simplicity, beauty and recognizability. Since we want the new users to feel at home, we hope this project will meet this goal”.

Tutti conosciamo Mint, Ubuntu perché sempre al top nelle classifiche del gradimento utenti (vedi qui), ma pochi si sono inoltrati nei meandri delle versioni meno popolari di Linux. A questo punto, però, qualcuno potrebbe chiedersi perché andare a cercare una versione così poco “gettonata” quando – se si vuole rimpiazzare il sistema operativo di Casa Microsoft con una distro Linux “Windows Like” – basterebbe anche solo far riferimento a Zorin OS, oppure a Linux Mint, Robolinux, Kubuntu, Lubuntu, versioni di cui sono presenti infiniti blog di discussione e che risultano costantemente aggiornate?

Bhe, i motivi della scelta partono dai seguenti presupposti:

  • molte delle distro Linux sono sempre più orientate al supporto esclusivo di processori a 64Bit, con buona pace dei vecchi PC portatili non di ultima generazione;
  • sempre più distro Linux richiedono, come limite minimo, una dotazione RAM non inferiore a 512Mb (ormai si tende al GigaByte se non di più!), altro grosso limite se si vuol riportare in vita PC o portatili “vecchietti” ma tuttora “in forma” (“scagli la prima pietra” chi non abbia anche solo pensato di adibire i vetusti PC desktop o portatili ad un uso intensivo da parte dei propri figli o nipoti per motivi anche solo scolastici, con buona pace del fatto che – in caso di impieghi impropri o, peggio, rotture o virus – non si vanno ad “intaccare” gli importanti dati di lavoro sul PC principale!);
  • quasi tutte le distro Linux (a differenza ahimé di Windows), quando si tratta di installarle, impongono virtuosismi e conoscenze che solo pochi informatici hanno (mi riferisco alle maledette partizioni “root”, “sda”, etc… che solo qualche giorno fa ho trovato spiegate bene qui);
  • praticamente tutte le versioni Linux, quando si tratta di affiancarle ad altro Sistema Operativo (Windows tanto per fare un esempio), prevedono la possibilità di spuntare la voce relativa, ma non ti risparmiano la scelta della partizione che molti, e tra questi mi riconosco anche io, non sono in grado di gestire a cuor leggero senza far danni (per provare ad installare un’altra distro Linux ho praticamente “ranzato” – mi pare si dica così in milanese, Davide Deponti correggimi se sbaglio! – la precedente versione di Windows senza alcuna possibilità di recupero). Posto qui (in inglese) un interessante link che spiega sufficientemente nel dettaglio come muoversi evitando l’irreparabile, sia nel caso in cui si voglia installare Linux con Windows preesistente sul PC che nell’eventualità in cui Windows venga dopo una precedente installazione di Linux. Non me ne vogliate se, nel post suddetto, si fa comunque riferimento alle partizioni tipiche del mondo Linux… ma quando ho installato io ChaletOS su un vecchio Notebook (le cui caratteristiche hardware sono riportate un tantino più sotto in questo articolo), i casini che avevo combinato erano inimmaginabili. Windows non c’era più perché appunto “ranzato via” da una precedente installazione di Linux; il PC non si riavviava manco a piangere se non accedendo al BIOS ed impostando il corretto ordine per il ripristino di qualcosa che non fosse lo “spazio ipersiderale e vuoto” a cui era ormai ridotto l’hard disk del Notebook in questione! E qui, a venirmi incontro – a differenza di altre distro Linux – è stato proprio ChaletOS che ha praticamente fatto tutto da solo… Io mi sono trovato a dover rispondere soltanto a domande il cui contenuto era facilmente comprensibile… bastava leggere e scegliere l’opzione più in linea con le proprie esigenze!

Per il processo di installazione vi rimando a questo post. Unica avvertenza per i neofiti: nel mondo Linux è sempre necessario inserire una password di accesso (non troppo corta). Pertanto quando arrivate alla videata sottoriportata,

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inseritela comunque e magari spuntate la richiesta di accesso in automatico (in italiano voce “Accedi automaticamente”; in inglese: “Log in automatically”) se non volete inserirla ogni volta che accedere a ChaletOS. Diversamente non potrete andare avanti nel processo di installazione! Si tratta della annosa “croce e delizia” di un Sistema Operativo – come quello Linux – che prevede la prerogativa del “superuser” per evitare l’installazione di virus o codici autoavvianti senza previa autorizzazione dell’admin della macchina!

Ma veniamo ora ai motivi pratici (riportati in ordine casuale e non certo di importanza) per cui ChaletOS (qui il link per il download) può rappresentare una valida alternativa al “mondo Windows”:

  • l’interfaccia grafica assomiglia molto a quella Microsoft (presenza di tasto avvio, menù a tendina, etc…);
  • la “gestione delle impostazioni” (utilizzabile a partire dal menu principale) riprende per sommi capi quella di casa Microsoft;
  • l’application center preesistente sulla distribuzione permette di installare o rimuovere software senza dover ricorrere ai “fastidiosi” codici “get-apt install” “sudo apt-get update”, etc…, etc… Nel caso in cui siate invece un tantino più “smanettoni” o vogliate liberarvi dall’annoso problema della installazione via terminale (tipico di Linux), ecco qui una chicca. Con questa procedura è possibile creare pacchetti ad estensione “.deb” autoavvianti (questa volta in stile Microsoft). Così, al semplice doppo click (per gli utenti Microsoft: di norma in Linux si usa il singolo click anche per aprire le cartelle), dovrebbe partire la procedura di installazione (previa presenza nella derivata Linux di un “gestore di pacchetti”). Per i puristi: non vi preoccupate… è sempre e comunque necessario inserire la password per procedere con l’installazione!;
  • sono già presenti in ChaletOS i programmi base per la normale produttività ed esperienza web (c’è GIMP per modificare le foto e Firefox per navigare. Per editare documenti, invece,  potete andare nell’application center e digitare “LibreOffice”, la suite “open” sostitutiva del costoso “Microsoft Office”);
  • potete cambiare l’aspetto del desktop senza andare a cercare chissà dove (come accade per altre più blasonate distro Linux);
  • per portare sul desktop qualsiasi collegamento (a cartelle, programmi od utilità) è sufficiente selezionare ciò che si vuole sia presente sulla “scrivania” e scegliere l’opzione “Aggiungi al Desktop”. Se poi si intende aggiungerlo in basso nella barra (in modo che sia sempre presente), optare per la voce “Aggiungi al Pannello”;
  • esiste poi la voce “Preferiti”, in cui inserire i programmi maggiormente utilizzati ed anche il sotto-menu “Usati di recente”, che riporta invece – in ordine cronologico – i software o le utility a cui si è avuto accesso durante l’ultima sessione di lavoro;
  • non manca l’emulatore di terminale (apribile in qualsiasi cartella, utilizzando il semplice tasto destro) per gli utenti un tantino più “scafati”;
  • è già preinstallata una versione (stabile) di Wine per chi volesse far girare in ambiente Linux i programmi Windows (non fate i romanticoni… se passate a Linux godetevi Linux ed evitate di pensare troppo al vostro “passato” di “microsoftiani”);
  • almeno nel mio caso, una volta completata l’installazione, ChaletOS aveva riconosciuto tutto l’hardware, compreso il modulo wireless per il collegamento ad internet;
  • la versione installata di default è quella inglese. Basta però andare nelle “Gestore delle impostazioni” e trascinare in alto – come prima scelta – la traduzione in italiano. A quel punto, come per magia (ed una volta riavviato il Sistema), ecco comparire tutti i menu in lingua italiana, con traduzioni abbastanza fedeli e chiare;
  • di fatto non esiste un manuale d’uso di ChaletOS (si pensi ad una versione testuale in formato Adobe Acrobat), anche se – per molti versi – qualcuno potrebbe preferire un più “sereno” e maggiormente immediato approccio video, andando a visionare i tutorial specifici riportati a questo indirizzo.

Alcune considerazioni finali: ChaletOS si dimostra una distro decisamente flessibile e molto fruibile (soprattutto per chi arriva dal mondo Microsoft Windows senza precedenti esperienze Linux). Inoltre, tanto per avere alcuni riferimenti, “gira” senza problemi su PC decisamente datati (l’ho provato ad installare su un vecchio PC portatile Pentium M 730 a 1.6 GHz / 533 MHz FSB, con 2Mb di cache L2, 512Mb DDR2 di RAM e 60 Gb totali di HDD, modulo wireless incorporato da 802.11b/g ed uno schermo 15,4″ WXGA). Certo non sarà una scheggia laddove le risorse sono quello che sono, ma almeno – a differenza di altre distro Linux (come Lubuntu e Xubuntu) – non ti si blocca tutta la procedura di installazione perché mancano le “caratteristiche minime” per settare anche solo la versione “base”!

Inoltre, installando dall’Application Center l’utility “System Load Indicator”, si ha la possibilità di avere sotto controllo il “carico di sistema”, con riportati – per esempio – i valori di impegno del processore e della RAM. In condizioni di utilizzo normale (facendo riferimento alle caratteristiche hardware di cui sopra), il processore è impegnato per un 4% in standby per arrivare fino ad un 40% in fase di apertura degli applicativi, mentre la RAM si attesta su valori sempre prossimi ai 300/400Mb.

A latere, per chi volesse cimentarsi a testare in versione “Live” altre derivate di Linux iperleggere (perchè, magari, non si trova bene con ChaletOS ma vuole mantenere una interfaccia operativa simile a quella di Windows), consiglio le seguenti distro:

Se poi siete interessati ad una comparativa generale sul mondo Linux (seppur molto ma mooolto datata!) fate pure riferimento a questo articolo. Non considerando le richieste hardware (sicuramente cambiate dal luglio 2014 ad oggi), il post fornisce alcune interessanti considerazioni sui pregi e difetti delle singole distro Linux.

E’ tutto gente! Buon Linux a tutti!!!

 

VRMLView: il visualizzatore CAD gratuito che non ti aspettavi!

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Sebbene si tratti di un progetto della System in Motion ormai abbandonato da parecchi anni (a questo link una breve presentazione di alcuni suoi vari “rivali informatici”, molti dei quali non più supportati visto il progressivo abbandono del formato “.wrl” e “vrml” a cui fanno tutti riferimento), il Software a cui dedico questo post presenta comunque alcune interessanti caratteristiche che lo rendono fruibile ancor oggi:

  1. è standalone (quindi avviabile da qualsiasi supporto removibile, evitando pertanto di doverlo installare o di necessitare dei privilegi da Amministratore sulla macchina Windows dalla quale viene lanciato l’eseguibile);
  2. è in grado di gestire correttamente la visualizzazione di formati VRML97 (si tratta di uno scripting di lontana memoria per la definizione di modelli ed “oggetti virtuali” tridimensionali). Il Programma di per sé non è altro che un “viewer” in grado di ruotare, spostare e zoomare liberamente tali modelli grazie alla semplice interazione a video del mouse. Se poi il Software da cui viene salvato il file è in grado di non inserire informazioni ridondanti nello script di esportazione, si possono avere modelli dalle dimensioni minimali, molto inferiori a quelle di una semplice immagine statica in formato “.jpg”, ma con tutti i vantaggi di un modello tridimensionale liberamente navigabile;
  3. consente di salvare uno screenshot del modello così come viene visualizzato a monitor (funzione utile per l’utilizzatore finale in quanto può posizionare la realtà 2D/3D come meglio crede e “catturare” solamente il dettaglio di interesse);
  4. permette di visionare, ruotandole e zoomandole, anche immagini (in formato “.jpg”, “.gif”, “.png”, “.bmp” ¹) ma – soprattutto – concede un totale controllo su file di provenienza CAD, purché esportati con estensione “.dxf” (la visualizzazione resta valida sia per i modelli bidimensionali che tridimensionali).

E’ proprio questa ultima caratteristica che lo rende ancora attuale. Dalle prove fatte, (riporto, a puro titolo esemplificativo, un modello 2D ed un altro 3D, entrambi esportati in formato “.dxf” a partire da altri Programmi), il Software risulta rapido nella visualizzazione e nella movimentazione del modello, anche a partire da PC decisamente obsoleti (Pentium IV con 2 Gb di Ram e scheda video integrata). Pertanto rappresenta una opportunità per chi debba mostrare una realtà 2D/3D a Terzi senza che questi abbiano installato sul Computer il software “proprietario” da cui il file è stato salvato. Inoltre – ed è questo aspetto a rendere VRMLView una alternativa decisamente interessante ed utile – rispetto ad un semplice video esplicativo o ad una immagine statica, la modalità di consultazione risulta del tutto indipendente da un percorso stabilito a priori dal “mittente”, permettendo all’utente finale di navigare il modello come meglio crede, eliminando i limiti di una visualizzazione bidimensionale (semplice immagine statica) od animata (video preconfezionato e quindi non modificabile).

Va tenuto in conto che VRMLView (a questo indirizzo l’ultima versione “portable” disponibile per il download) prevede un set di tre comandi base, attivabili nel seguente modo:

  • tasto sinistro del mouse tenuto premuto: rotazione del modello;
  • tasto destro del mouse (anche qui tenuto premuto): zoom dell’oggetto 2D o 3D;
  • entrambi i tasti del mouse premuti: traslazione avanti/indietro della vista 2D/3D.

 

NOTA 1: non trattandosi di un software specificatamente pensato per la gestione delle immagini, alcune volte può non riuscire a visualizzarle correttamente, soprattutto se salvate nel recente formato “.png”.

Cartelle Lasciate Aperte In Avvio Di Windows

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Esiste in Windows la possibilità di lasciare aperte le cartelle durante le fasi di avvio di Windows. Molti di voi lo riterranno inutile ed anche fastidioso… per quanto mi riguarda utilizzo questa possibilità fornita dal Sistema Operativo di Casa Gates per lasciare visualizzate a monitor le cartelle sulle quali devo ancora “lavorare”. Più di ogni altro promemoria, infatti, vedere a video i file non ancora completati senza la necessità di operare una loro estenuante ricerca, non è certo cosa da poco. Premetto che tale procedura funziona anche per le cartelle che “puntano” a Hard-Disk, supporti removibili esterni (es: chiavette USB e CD/DVD), a patto che – in fase di avvio – siano correttamente inserite nelle relative porte USB e la loro lettera di unità coincida con quella assegnata dal S.O. prima del riavvio o del precedente spegnimento del PC.

Ma andiamo a vedere come fare nella pratica per “attivare” questa “opzione”:

  1. richiamare la funzione “Esegui” di Windows (Logo Windows + R);
  2. digitare “regedit” all’interno della Finestra di Dialogo comparsa a monitor e cliccare su “Ok”;
  3. a questo punto cercate (aprendo le varie cartelle) la seguente chiave: HKEY_LOCAL_MACHINE\SOFTWARE\Microsoft\Windows NT\CurrentVersion\Winlogon ;
  4. nella finestra affiancata a destra, individuate la chiave “userinit” e cliccateci sopra. La denominazione corretta deve essere la seguente: “:\Windows\system32\userinit. Exe,” con la virgola finale compresa. Se doveste notare che la scritta “userinit. Exe” viene riportata due volte, eliminate pure il doppione;
  5. infine, andate sulla chiave:
    HKEY_CURRENT_USER\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Explorer\Advanced . Ora, sempre nel pannello di destra, selezionate la voce “PersistBrowsers”. Dovreste trovare il valore di default settato su “0”. Impostate manualmente il numero sostituendo allo zero il numero “1”. Attenzione: non vanno per alcun motivo cambiati gli altri parametri riportati a monitor. Confermare la scelta con il tasto “Ok”;
  6. ora chiudete tutto e riavviate il vostro PC per verificare se siete riusciti ad operare la modifica.

Ovviamente se vi stuferete di “sfruttare” questa interessante funzione, basterà riprendere tutta la procedura dall’inizio e sostituire al valore “1” il numero “0” al punto “5” e le cartelle, come per magia, verranno nuovamente ed automaticamente chiuse in fase di successivo arresto o riavvio del Computer.

Resta inteso come sempre che non mi ritengo responsabile di usi dissennati del comando “regedit” in caso il PC dovesse improvvisamente mettersi a fare le bizze…

Android vs WhatsApp… ovvero come ti controllo la rubrica condivisa!

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Per tutti i felici possessori di device Android, oggi vediamo come mettere ordine nella rubrica telefonica. Come è noto se mai vi sognaste di installare WhatsApp sul vostro terminale (so di dire una eresia, dal momento che sono rimasti in pochi a tenere duro facendone a meno), il “simpatico” Software replica automaticamente i contatti già presenti sul device o comunque salvati su Google o sul telefono. Questo ovviamente vi porta ad avere lo stesso riferimento telefonico riportato più volte, diventando di fatto scomodo discernere tra i vari numeri che – di fatto – sono da ascriversi alla stessa persona od ai suoi stretti familiari!
Mi direte: e cosa ci vuole… basta cancellare il contatto! Ed io vi rispondo: inutile anche solo tentare di farlo con i contatti WhatsApp… al limite potrete nasconderli fino alla successiva sincronizzazione… operazione quest’ultima caldamente consigliata per avere una copia di backup dei propri riferimenti telefonici in caso di furto o semplice danneggiamento del device Android.
Del resto se non mi credete e se volete comunque cimentarvi nella cancellazione, riporto sotto il triste messaggio che otterrete (Fig. 2). Come potete constatare sono pochi i margini di intervento…

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Fig. 2

Ma allora come si può fare? In due brevi step vediamo come bypassare il problema (la procedura è stata testata sula versione 5.0 di Android. Chiedo cortesemente a chiunque si cimentasse nell’operazione di segnalare nei commenti a questo post l’eventuale validità su release precedenti o successive):

1) scegliere il contatto di WhatsApp replicato direttamente nella Rubrica e tenere premuto sullo stesso. Verrà mostrata la tendina di scelta riportata in Fig. 3. Selezionare la voce “Collega contatto”;

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Fig. 3

2) si passerà al menu di Fig. 4. Cliccare sulla icona in alto (circolata in rosso). A questo punto spuntare la/e voce/i che si intende/ono accorpare alla rubrica del telefono o di Google e cliccare su “Connetti” in alto a destra (Fig. 5) e quindi su “Salva” (sempre in alto a destra – Fig. 6).

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Fig. 4

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Fig. 5

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Fig. 6

That’s All Folks… Ora i contatti di WhatsApp che non si potevano cancellare o si dovevano semplicemente nascondere sono un lontano ricordo!

Ovviamente resta sempre inteso che non mi potrete ritenere responsabile se, accorpando i contatti, unirete il numero della moglie a quello dell’amante o perderete tutti i vostri preziosi e sudati riferimenti telefonici!

Come ti smonto e rimonto un video!

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Finalmente un software per lo “split” (spezzettamento) ed il “join” (unione) video senza tanti fronzoli ma che presenta specifiche di tutto rispetto. Quelle che ho ritenuto più interessanti e che mi hanno indirizzato ad adottarlo come suite di editing video sono le seguenti (l’ordine scelto è del tutto casuale, in quanto le varie caratteristiche hanno la medesima importanza, almeno per quanto mi riguarda):

  1. possibilità di lavorare in tempo praticamente reale. Per capirci: se si vuole tagliare un video ad estensione “*.flv” o “*.mp4” (quelli, tanto per fare un esempio, scaricabili da YouTube), non si deve ricodificare il tutto. La stessa cosa, sulla carta, la farebbe anche VLC, anche se ho trovato non pochi problemi con i plugin per decodificare in particolare il formato “*.flv”;
  2. perdita di qualità del video finale pari a zero, sia rispetto all’originale che alle parti editate e/o tagliate;
  3. “digerisce” praticamente di tutto, purché siano installati codec audio/video in grado di gestire il formato richiesto;
  4. permette una approssimazione di taglio editabile via tastiera (“inizio e fine ripper”) oppure spostando il cursore, vedendo in anteprima il risultato;
  5. utilizzando la funzione “combinazione video”, sarà uno scherzo unire i vari file “spezzettati”;
  6. una volta installato, riconosce in automatico il lettore video preimpostato dal Sistema Operativo, concedendo la possibilità di aprire – direttamente dalla interfaccia del Software – il gestore multimediale per verificare lunghezza del video, ore minuti e secondi in cui operare i tagli, etc…;
  7. se si intende approssimare meglio il taglio di una porzione di video, il programma provvede in automatico a creare un file progressivo, evitando pericolose sovrascritture delle sessioni di “spezzettamento” precedenti;
  8. a differenza di molti suoi “concorrenti”, se si decide di cestinare un file “spezzettato” od “unito”, non è necessario chiudere l’Applicativo per completare la cancellazione, in quanto il processo attivo non pregiudica la totale gestione in parallelo dei file (di norma infatti – se un qualsiasi documento risulta aperto da un generico software – viene di fatto preclusa la possibilità anche solo di cancellarlo o rinominarlo, dal momento che il Sistema Operativo riconosce che il file su cui si sta lavorando è di fatto “impegnato” e dunque non completamente “disponibile”. Tanto per citare un esempio, basti pensare a quello che succede in casa Microsoft con la Suite Office o, senza andare troppo lontano, a ciò che accade quando si tenta di eliminare un file video in uso nel lettore multimediale scelto di default dal Sistema per la sua riproduzione.

Per maggiori info sulla suite di programmi della DVDVideoMedia ed in particolare per conoscere meglio le peculiarità di Free Video Cutter Joiner, cliccate qui.

 

Batteria delle mie brame, chi è la più carica del Reame?

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Ormai è un dato di fatto… Poco importa se “viviamo per essere connessi” o “siamo connessi per vivere”… quello che per molti diventa prioritario è non restare “a secco” prima di finire una intera giornata di “faticosa” condivisione delle proprie faccende private e domestiche! Dunque è imprescindibile conoscere lo stato di salute della batteria del proprio smartphone (parlare di cellulare è ormai decisamente riduttivo), anche solo per valutarne l’eventuale sostituzione. Del resto è ormai un trend piuttosto diffuso quello di avere nei nostri device (smartphone e soprattutto tablet) batterie non estraibili e dunque il loro cambio deve essere valutato con attenzione, visto che ai costi dell’elemento di ricarica in sè si sommano quelli del tecnico che metterà mano al nostro prezioso “compagno di viaggio ed avventure”. Ecco allora che può essere utile far riferimento a questa rapidissima guida:

  1. digitare sulla tastiera del device il seguente codice: *#*#4636#*#* . In questo modo si accede al menu di test di Android (premetto che questa procedura non funziona sull’IPhone e non ho idea se invece valga per Windows);
  2. selezionare la voce “Battery Info“, così da accedere ai parametri relativi allo stato della batteria. E’ importante poi far riferimento alla voce “Battery scale“: se il valore visualizzato è pari a 100, non avete ovviamente di che preoccuparvi. La vostra unità di ricarica è ancora in buona salute. Se invece il numero visualizzato è compreso tra il numero 50 ed il 70, significa che la durata della vostra batteria si è ridotta di circa la metà. Un altro parametro da prendere in considerazione è quello relativo al voltaggio. Se il numero visualizzato corrisponde a quello fornito dal produttore nella confezione del dispositivo o nel manuale d’uso, non vi sono problemi. Nel caso in cui il valore dovesse essere inferiore rispetto a quello specificato dalla Casa Madre, ecco spiegata l’insolita lentezza del vostro device o la presenza di altri comportamenti anomali.

Se poi l’unità di ricarica è a posto ma lo smartphone non carica più, allora conviene andare a spulciare qui per avere ulteriori delucidazioni su cosa fare in questo specifico frangente.

Buona batteria a tutti!

“LinuxLive” in Windows

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Oggi mi sono imbattuto in un programmino standalone mica da ridere! Sto parlando di MobaLiveCD. A differenza di blasonati e famosi “virtualizzatori” di immagini ISO (penso a VMWare o VirtualBox), questo è di una immediatezza sconcertante e permette di valutare le immagini disco delle distribuzioni Linux senza troppi ed inutili fronzoli! Provare per credere!

Cucinare in 2D od in 3D… questo il dilemma!

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Cari tutti,

dopo tanto tempo mi faccio risentire! E lo faccio per lanciare un interessante link… Chi di noi si nutre di sola aria? Ammettetelo che una cucina accogliente come quella riportata sopra metterebbe fame pure ad un eremita! Ecco perché, insieme al programmino dell’IKEA, nascono come funghi (ohps, scusate il “lapsus alimentare”) miriadi di soluzioni alternative per la gestione dell’arredamento… e pure in 3D! Ma bando alle ciance, e via con il link:

http://www.online-progettazione.it/cucine/3d-gratuito

Come sempre mi aspetto commenti, integrazioni e quanto riterrete opportuno segnalare, soprattutto nel caso in cui non siate soddisfatti di questo piccolo contributo.

L’insostenibile leggerezza dell’essere: il caso di Elementary OS

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Oggi parliamo di una derivata Linux che ho trovato decisamente interessante. Sebbene resti un convinto utilizzatore di Zorin, ElementaryOS (nella versione 0.3 Freya) si caratterizza per la:

  • più che buona velocità di accensione e spegnimento;
  • rapidità con cui si accede alle varie funzionalità;
  • praticità nella gestione, aggiornamento del software e personalizzazione dell’interfaccia utente;
  • facilità di installazione: anche un dummies come me, semplicemente rispondendo alle domande poste via via in fase di installazione, si è ritrovato – alla fine del processo e quindi al successivo riavvio – a poter contare su tre S.O. (Windows 7, Zorin, ElementaryOS) tra cui scegliere a partire da un menu iniziale semplice ed immediato da gestire;
  • lungimiranza con cui il sistema operativo è stato progettato (deriva direttamente da Ubuntu 14.04 LTS e dunque prevede un supporto continuativo fino al 2019).

L’ambiente grafico ha una interfaccia gradevole, perfetto connubio tra l’esperienza “Windows like” e quella proposta dalla “Mela Morsicata”, visto che ad un menù a tendina si affianca quello ad icone tipico della Apple.

Sebbene vi siano anche risvolti decisamente più tecnici (qui una raffronto tra alcune derivate di Ubuntu tra cui è riportato anche ElementaryOS), direi che il Sistema Operativo in questione può essere ritenuto a tutti gli effetti una buona base di partenza per ulteriori interessanti sviluppi.

Come scaricare e salvare le app Android (apk) senza accedere al Google Play Store

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Nel caso in cui vogliate:

  • salvare su supporto fisico le varie applicazioni Android per poterle reinstallare (od installarle ex novo sul vostro smarthphone o tablet usando la connessione casalinga e non quella “a consumo” prevista dal vostro operatore telefonico, visto che non sempre si può contare su una collegamento wifi gratuito);
  • semplicemente condividere le app con altri (amici, parenti, etc…) mettendole sulla microSD del cellulare (per quanto mi riguarda ho creato una cartella “Software” specificatamente dedicata allo scopo, utilizzando la comoda connessione bluetooth per il successivo trasferimento),

potete operare in questo modo:

  • collegatevi al Google Play Store senza ovviamente loggarvi con le credenziali di username e password;
  • copiate negli appunti il link dell’applicativo che vi può interessare e che viene visualizzato nella barra indirizzi a seguito di una qualsiasi ricerca (riporto qui il caso dell’utility “Do It Tomorrow” – cfr. immagine sottoriportata);

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  • andate sul sito APK Downloader ed incollate nell’apposito spazio il link appena copiato;
  • That’s All Folks… a questo punto cliccate sul pulsante “Generate Download Link” ed, una volta comparso l’ulteriore bottone per il download, cliccarvi sopra e scegliere la cartella in cui salvare il file ad estensione “.apk” (vedere screenshot sottostante).

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